domenica 15 dicembre 2013

Modelli alternativi

IMPRESE SOCIALI

 

Negli ultimi tempi ho letto avidamente il libro di Muhammad Yanus[1] “Si può fare” “come il business sociale può creare un capitalismo più umano . Egli propone un alternativa credibile al capitalismo selvaggio che è stato descritto proponendo come chiave di svolta le “imprese sociali” queste aziende che possono assumere una qualunque veste giuridica.
La rivoluzione nel pensiero di Muhammad Yanus attraverso la dimostrazione di aziende nate con queste caratteristiche e quindi funzionanti (tra cui la banca da lui fondata la Grameen Bank…) mostrano che non c’è bisogno di sovvertire il sistema capitalistico per modificare i suoi aspetti peggiori, ma dall’interno attraverso una “non” rivoluzione culturale, utilizzando gli stessi schemi sociali esistenti e quindi senza spaventare né proporre idee rivoluzionarie, si riescono a raggiungere importanti obiettivi.
La problematica che riscontro nell’approccio di Muhammad Yanus è sostanzialmente questa: Tutte le attività che funzionano, citate nel libro, sono il frutto di accordi fra grandi aziende del profit e la Grameen Bank o sue creature satellitari. Questo per intendere che da un lato ci sono aziende del profit, che sicuramente in buona fede, poiché già hanno delle ottime posizioni di mercato e i loro manager e proprietari hanno già “tutto”, allora sono sensibili, si sentono in colpa, pensano che anche altri esseri umani debbano beneficiare delle loro capacità, pensano di migliorare l’immagine dell’azienda, insomma per tutte queste motivazioni si possono permettere di affrontare una sfida del non profit come quella dell’azienda sociale. Ma la difficoltà è partire dal basso, cioè coinvolgere persone “normali” nel lanciarsi in attività imprenditoriali dove il criterio è di pagare un giusto compenso ai dipendenti, ma di non pagarsi per essere i proprietari destinando i surplus dell’attività imprenditoriale per il raggiungimento di finalità di carattere sociale.
Quindi solo imprenditori già “arrivati” e sensibili possono permettersi l’impresa sociale. Gli altri, la maggioranza, credono fermamente che quello che guadagnano non sia mai abbastanza per destinarne una parte per attività con finalità sociali.
E’ lo stesso problema che sorge in chi fa della beneficenza. Tali persone, infatti, sono spinte facilmente ad effettuare donazioni benefiche una tantum anche di importi elevati rispetto al proprio reddito. Il problema però è rendere sistematica la donazione, trasformandola in sostegno strutturale e continuativo. Non tantissimi sono disposti a donare più del 5% del proprio reddito per beneficenza, almeno fino a livelli medi di reddito, poiché ritengono che così facendo sottraggono le risorse necessarie alla famiglia o ai figli, perché si paga il mutuo per la prima casa, ma anche perché dopo aver acquistato la prima casa si paga il mutuo per la seconda casa al mare, poi per acquistare la casa ai figli (se tutto va bene….).
Per questo, superare la soglia psicologica di un 5% medio dei propri redditi per destinarli in beneficenza diventa spesso impossibile nella società in cui viviamo oggi.
Investire e lavorare nell’impresa sociale quindi è possibile solo se si possiede già un’altra attività (lo stesso Muhammad Yanus era professore universitario) e quindi si è liberati dal bisogno proprio e dei propri familiari, allora si può prendere in considerazione di dedicarsi ad un attività socialmente utile che può essere quella della semplice donazione ad enti non profit o pensare, con enorme difficoltà, partendo in piccolo, di costituire un’ impresa sociale e renderla auto sostenibile, sottraendo  le poche risorse e il poco tempo che si ha a disposizione per se e la propria famiglia dedicandosi ad un’impresa sociale.
La mia non vuole essere una critica distruttiva e mi piacerebbe molto essere smentito dagli sviluppi futuri di queste attività sociali sotto forma di impresa, ma, a breve termine, sono pessimista sulla natura dell’uomo che è quella che.

LE COOPERATIVE


La cooperazione per il raggiungimento di un fine comune può rappresentare l’elemento cardine del nuovo sistema creando la coesione necessaria, ma sconta le problematiche dovute all’altro aspetto della natura dell’uomo spesso preponderante cioè la tendenza a mettersi in mostra per ottenere maggior riconoscimento rispetto agli altri componenti di un gruppo e quindi al meccanismo della differenziazione. Per colpa di questo aspetto nell’ambito del gruppo spesso si creano meccanismi conflittuali: alcuni membri pensano di essere superiori agli altri membri assurgendo al ruolo di leader e spesso competendo con gli altri con lo stesso atteggiamento, altri componenti sono remissivi, ma pensano di essere indispensabili e inevitabilmente si scontreranno con il leader che li critica, altri membri ancora, i fannulloni, faranno il meno possibile e si scontreranno con tutti gli altri che lavorano di più quando verranno chiamati in causa poiché sosterranno che lavorano come gli altri o quello che fanno è più che ripagato. Insomma le classiche dinamiche di un gruppo che anche se ha un unico obiettivo spesso si sgretola di fronte alla litigiosità dei componenti. E’ proprio il payout dell’attività che crea il problema, il riconoscimento materiale crea le diatribe.
a) I consumatori come soggetto centrale della società.
Secondo il disegno economico di lunga durata della Scuola di Nîmes[2], i consumatori devono anzitutto riunirsi in cooperative di consumo, appropriandosi così dei profitti che vanno al settore terziario, cioè al commercio. Quando le cooperative di consumo sono divenute numerose, passano a produrre direttamente ciò che prima acquistavano, trasformandosi così in cooperative di produzione. Con questo secondo passo fanno proprio anche il lucro del produttore, così come col primo si erano appropriate di quello del commerciante. Per i soci consumatori il vantaggio consiste nel fatto che la cooperativa trattiene dai profitti solo quanto è necessario per lo svolgimento delle proprie attività, mentre ripartisce fra i soci il profitto restante. In altri termini, detratte le spese di gestione, il resto del profitto va ai soci consumatori in misura proporzionale ai loro acquisti presso la cooperativa.
Per concluder sembrerebbe che la cooperativa idealmente possa rappresentare il modello d’impresa della nuova economia, ma sconta le problematiche relative all’integrazione in modello capitalista preesistente e dominante. Inoltre non ci sono meccanismi innovativi che permettano la “convivenza” senza conflitti da parte del gruppo cooperativo decisionale. Se invece si considerano le altre alternative altruistiche queste sono delle aspirazioni a cui l’uomo attualmente non riesce ad arrivare in massa, ma sono relegate solo a fasce più o meno grandi della società.
La cooperativa potrebbe rappresentare lo schema da utilizzarsi nell’odierno tessuto economico per modificare lentamente le cose, ma questo modello si scontra con altri modelli di impresa più tradizionali che crescono molto più velocemente proprio perché non considerano gli aspetti sociali e le esternalità che rappresentano invece dei costi considerevoli che non tenuti in conto portano vantaggi di prezzo e di costo che ancora oggi rappresentano una fortissima leva concorrenziale e vincente.




[1] Muhammad Yanus premio nobel per la pace nel 2006 e fondatore nel 1977 della Grameen Bank, un istituto di credito indipendente che pratica microcredito senza garanzie, diffuso in cinquantasette paesi.
[2] La Scuola di Nîmes fu una scuola economica che vedeva nei consumatori, e non nei produttori, il gruppo sociale in grado di trasformare la società21. Infatti i produttori si ispirano all'interesse di classe, mentre i consumatori si ispirano a quello generale. In questo contesto va segnalato l'economista Charles Gide (1847-1932), legato al mondo protestante francese per la nascita, per la partecipazione attiva "all'Association protestante pour l'étude des questions sociales" e per il fervore del suo apostolato sociale. Laureato in diritto a Parigi, insegnò economia a Bordeaux nel 1879 e a Montpellier dal 1881, cioè fin dal momento in cui questa cattedra viene introdotta nelle facoltà francesi di giurisprudenza. Fu un sostenitore il cooperativismo come strumento per sostituire il lavoro salariato.

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