Se si pensa alle risorse naturali della terra e alla capacità del genere umano, gli standard attuali potrebbero essere raggiunti comunque, perché il sistema economico non fa altro che stabilire delle regole di comportamento, ma nulla viene creato dal sistema se non attraverso il lavoro materiale e intellettuale.
Il meccanismo, la molla che spinge oggi la maggioranza delle persone è il denaro. La quantità di danaro che si ottiene è il massimo grado di riconoscimento da parte della comunità per l’attività svolta, è il compenso per le proprie capacità sia in senso positivo che in senso negativo.
Senza il denaro che permette di vivere “sempre meglio”, la motivazione e la costrizione per i più salterebbe.
Il danaro in se stesso non da soddisfazione (a parte casi patologici), ma è lo strumento per soddisfare bisogni di tipo materiale e non[1]. Rappresenta non solo un mezzo di scambio, ma anche uno strumento di condizionamenti culturali e sociali. Possedere molto danaro[2] porta soddisfazione psico-sessuale in chi lo possiede.
Psicologicamente, rendere difficile l’ottenere il danaro che serve come contropartita per lo scambio, comporta l’instaurarsi di un meccanismo di tensione prospettica che assorbe i pensieri e i progetti del soggetto. Se il soggetto tende a desiderare cose difficilmente raggiungibili in base al suo standard entra in un meccanismo di soggezione psicologica e di invidia “patologica” nei confronti di quelli che invece possono.
Ma in realtà gli oggetti del desiderio raggiungibili in un lontano e incerto futuro diventano spesso le finalità ultime sulla base delle quali moltissimi costruiscono tutta la propria vita. Ciò comporta da un lato l’insoddisfazione perenne del soggetto per il proprio presente e dall’altro ancor peggio lo spostamento delle mire dalla soddisfazione dei veri bisogni verso gli irraggiungibili oggetti del desiderio.
Nella società odierna dell’apparenza e del danaro il capitalismo globale ha accentuato la spinta della molla danaro convincendo le masse che il denaro rappresenta l’unico ponte che permette il raggiungimento della felicità creando una tensione verso la crescita continua e verso l’acquisto di beni non raggiungibili dalla massa, ma da pochi “fortunati”, spesso “psicopatici”.
Ciò comporta che moltissime persone lavorino la maggior parte della giornata dimenticando i piaceri veri della vita. Il benessere eventuale prospettico fa dimenticare una cosa banale ma inconfutabile che ognuno di noi oggi è destinato a morire in un tempo relativamente breve.
L’unico momento in cui si diventa consapevoli (e non sempre) è proprio quando ci si trova di fronte alla notizia di avere gravi problemi di salute. Solo in quel momento ci si accorge della futilità della vita vana vissuta, con grandi con grandi rimorsi per tutte le sensazioni piacevoli mai provate.
Il capitalismo sposta tutti gli sforzi verso l’accumulo dei beni materiali, accumulo raggiunto attraverso la competizione, la sopraffazione dei “concorrenti” e dei lavoratori anche a danno degli stessi consumatori. I lavoratori tagliati fuori dal “gioco” imprenditoriale sono di solito pedine che si barcamenano fra la conduzione di una vita dignitosa e l’invidia verso persone ricche spesso senza merito. Provano, inoltre, un senso di stupore e rabbia per coloro che si sbranano, imbrogliano, falsano o addirittura uccidono per diventare ricchi.
[1] La ricchezza però è solo un mezzo per vivere meglio. In tutte le culture si sa che il denaro, da solo, non può dare felicità: se c'è un icona della non-felicità questa è probabilmente l'avaro. Ma perché l'avaro non è felice? Perché, anche senza accorgersene, trasforma il mezzo (denaro) in fine, e fa dell'accumulazione del denaro lo scopo principale della sua vita; una vita che poi non fiorisce, e si chiude su se stessa. Ma perché, come dicevano, posso essere ricco anche da solo, ma per essere felici occorre essere almeno in due, perché si è felici grazie e con gli altri.
[2] “Rende nero il bianco, bello il brutto, giovane il vecchio”. Shakespeare, Timone d’Atene, Garzanti, 1996
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