venerdì 13 dicembre 2013

Abbattere il dogma "La microeconomia"

E’ facile criticare un sistema economico[1] come il capitalismo odierno.
E’ chiaro a tutti la stortura del meccanismo.
D’altro canto, banalmente, ma in maniera inconfutabile siamo stati spettatori del fallimento del sistema socialista in Russia.
Volendo prospettare un’alternativa bisogna, però, senza produrre un trattato di pura economia alternativa, analizzare il nocciolo “duro” su cui si basa il sistema capitalistico quindi i principi base della teoria microeconomica.
Infatti, da tutti i libri di economia scolastici[2] si apprende che la microeconomia utilitaristica è il pilastro su cui si basano le varie teorie macroeconomiche.
E se di “macroeconomie” ne esistono tante, o meglio tanti filoni di  teorie macroeconomiche, non esistono diverse teorie microeconomiche ma una sola di estrazione neoliberista.
Il concetto di fondo della microeconomia è questo: viviamo in un mondo in cui le risorse economiche sono scarse.
L’individuo è considerato un consumatore razionale la cui finalità è quella della massimizzazione della propria soddisfazione che deriva dal consumo di beni o servizi con l’unico limite rappresentato dal reddito attuale disponibile e prospettico.
L’homo oeconomicus, l’agente razionale immaginato dagli economisti, dunque, segue in maniera meccanicistica il criterio del costo-beneficio, tutto viene limitato al criterio serve o non serve, quanto mi costa e cosa ne ricavo, sia che si tratti di cibo che di matrimonio, automobili, figli, crimini o contemplazione di un paesaggio. Inteso in questa maniera semplicistica e meccanicistica il consumatore viene identificato con il termine “rational fools”, imbecilli razionali, idioti ragionatori, sospirava il premio nobel per l’economia nel 1998 Amartya Sen.
In realtà gli uomini non sono razionali. Si comportano invece in maniera irragionevole non appena avvertono qualche incertezza. Le loro possibilità di calcolo sono limitate, per questo la base della teoria economica è fallace. Negli anni cinquanta Maurice Allais (premio nobel 1988) aveva messo in ridicolo l’homo oeconomicus nel famoso “paradosso di d’Allais”, con cui si dimostrava che non appena prevale l’incertezza le scelte non si fanno più in funzione dell’utilità attesa.
Il problema è, dunque, che semplificando di molto il modello del comportamento del consumatore ci si spinge verso la quantificazione di questo comportamento (le preferenze che sono un aspetto psichico qualitativo). Giungendo alla costruzione di un modello matematico meccanicistico si conclude che “sommando” le singole scelte razionali di consumo, si giunge alla costruzione della curva di domanda per quei beni dell’intero mercato.
Questa ricerca di un modello matematico e statistico[3] del comportamento è una “aspirazione” a cui tendono molti economisti.
Dal punto di vista del mercato nel suo insieme di domanda e offerta esso vede contrapposte la figura dell’imprenditore/venditore che ha la finalità di massimizzare il profitto con il vincolo del costo delle materie prime, del lavoro e della tecnologia e il consumatore che tende a massimizzare i costi/benefici con il vincolo del reddito posseduto.
Per giungere alla finalità di massimizzazione del profitto l’imprenditore può:
·       può ridurre la qualità dei prodotti senza renderlo evidente (bassa qualità delle materie prime, acquisti al nero, acquisti materiali dai paesi emergenti che sfruttano la manodopera) e spuntare il prezzo più alto possibile.
·       Riduce il costo della manodopera interna se può
·       Aumenta il prezzo sfruttando le cosiddette rendite di posizione, la mancanza di informazione sul mercato, la vicinanza alla cerchia dei suoi consumatori.
Dall’altro lato della barricata ci sono i consumatori che tentano di massimizzare la propria soddisfazione ma spesso si vedono propinare cose inutili[4], propagandate come miracolose attraverso forme pubblicitarie che mortificano l’intelligenza della maggior parte dei consumatori.
I ruoli antagonistici di compratori e venditori trasformano in comportamento irrazionale il considerare le necessità altrui[5]. Se un compratore dovesse considerare il benessere del venditore, automaticamente si imporrebbe un costo maggiore, e viceversa. Inoltre, la competizione per le quote di mercato fa sì che le aziende esternalizzino i loro costi a spese della popolazione. Bisognerebbe quindi mettere un freno da un lato al consumo sfrenato, inutile e sovrabbondante in quantità e confezionamento e dall’altro frenare la ricerca spasmodica del massimo profitto.
In realtà la concorrenza non migliora “la concorrenza”, ma tende verso il monopolio, la rendita, la cattura indebita del valore, il dolo, il furto. Un industriale ha solo un desiderio: essere in una situazione di rendita o monopolio e godere di privilegi sul piano dell’informazione[6].
Le aziende possono raggiungere lo stesso effetto creando cortine di nebbia, generando opacità e scarsità.
E’ lo stesso semplice principio su cui si basa la malavita solo che questa usa come sistema per sbaragliare la concorrenza la forza e la violenza.
Roberto Saviano, un notissimo scrittore, sul tema ha detto: "I boss non rappresentano l'antistato.  Non si sentono così. Si sentono imprenditori, che rifiutano regole che, a loro giudizio, frenano l'economia. Sempre dove c'è economia criminale c'è qualcuno che parla contro le regole. Invece la regola è una forma di libertà, non di costrizione."
In realtà il modello delle scelte razionali è totalmente da rivedere poiché a livello microeconomico, moltissime scelte vengono effettuate sulla base di criteri non razionalmente economici (voto, beneficenza, …) e quindi se esistono moltissimi modelli di comportamento per il singolo, la somma di questi singoli comportamenti mutevoli nel tempo e nello stesso individuo, non possono portare a un modello di comportamento generale aprioristicamente individuabile. Allora il mercato lasciato libero da ogni vincolo porterebbe ad un equilibrio non calcolabile aprioristicamente e soprattutto differenze sociali fra le persone potrebbero essere tali da sacrificare i principi di base democratici dei paesi occidentali.
Senza regole esterne gli operatori nei vari mercati adotteranno strategie competitive variegate e in alcuni casi originali e imprevedibili influenzando l’evoluzione di quei mercati stessi. Prevedere a livello aggregato l’andamento dei mercati sommando i comportamenti singoli, rappresenta dunque un errore poiché anche se la finalità in media può essere la stessa (massimizzazione del profitto) i tempi, le modalità e l’evoluzione di quel mercato nel breve periodo sono da ritenersi ardui.
In realtà non esistono regole stabilite dall’esterno nei mercati a parte i vincoli di legge sui comportamenti, i quali vengono violati da quanti pensano di essere difficilmente punibili (condoni ecc..). Per tanto lasciato a se stesso il mercato evolve spessissimo verso modelli imprevedibili e spesso asociali. La produzione di bevande e alimenti (junk food) dannosi alla salute e sprecano enormi risorse umane inutilmente nella loro produzione. 




[1] L'uomo è l'unico essere vivente in grado di adattare l'ambiente alle proprie esigenze, anziché adattarsi completamente alle condizioni ambientali. Ogni società umana deve risolvere questo problema, ossia deve comprendere al proprio interno un sistema economico. Lo studio dei diversi sistemi economici del passato e del presente dimostra che esiste sempre un intreccio profondo e complesso tra questi gruppi di caratteristiche. Si può dire che deve crearsi una coerenza di fondo tra ciò che gli individui di una società desiderano, ciò che essi hanno a disposizione, ciò che essi sanno fare e ciò che il sistema economico consente loro di ottenere. Di conseguenza, il sistema economico non può essere considerato come una parte a sé stante separata o separabile dal resto della società, né i sistemi economici sono facilmente imitabili o trasferibili da un contesto sociale ad un altro.
[2] Molto spesso avviene, come è capitato a me e a tantissimi studenti della facoltà di Economia Federico II di Napoli, che i capitoli dei libri di economia in cui si parla delle nuove tendenze, delle critiche ai modelli esistenti, vengono tralasciate dai programmi di esame universitari. Questo per la preoccupazione, credo dei Professori di discutere di temi spinosi che potrebbero far crollare le loro “granitiche” conoscenze portando ad un dibattito paritario che diminuirebbe la loro “statutaria” autorità accademica.
[3] Il nobel 1987, Robert Solow, ha fatto notare che “dal punto di vista statistico la prigione costituisce un buon rimedio per la disoccupazione”
[4] Tassa sull’emissione in atmosfera di CO2, tassa sui beni dannosi (bevande gassate e zuccherate, sigarette…).

[5] La critica ai mercati di Albert ed Hahnel
[6] D’altro canto lo stesso meccanismo può anche essere visto sotto una luce positiva. L’imprenditore per massimizzare il proprio profitto destina una parte dei profitti alla ricerca sperando “scoprire” nuovi prodotti o processi produttivi che permettano di godere per un po’ di tempo di rendite di posizione e di un vantaggio competitivo dovuto alla novità tecnologica prodotta. L’effetto è la possibilità di avere temporaneamente pochissimi competitor e quindi di atteggiarsi a monopolisti.
Questa attività di ricerca “asservita” alla produzione crea innovazione e indirettamente permette alle aziende di accumulare ricchezza necessaria per future ulteriori attività di ricerca applicata. Quindi la prospettiva di un livello superiore di tecnologia per tutti comporta che anche gli altri competitor, dati gli alti margini iniziali, siano spinti sulla scia dell’innovazione.
La ricerca quando è applicata alla soddisfazioni dei bisogni sostanziali e non effimeri dell’uomo si può considerare uno dei pochi effetti positivi del capitalismo globale. Il vantaggio competitivo iniziale dovuto dalla ricerca come meccanismo si distacca totalmente dai principi liberisti della concorrenza perfetta come un traguardo a cui giungere per massimizzare l’efficienza del sistema economico e dei mercati in equilibrio.

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