domenica 15 dicembre 2013

Modelli alternativi

IMPRESE SOCIALI

 

Negli ultimi tempi ho letto avidamente il libro di Muhammad Yanus[1] “Si può fare” “come il business sociale può creare un capitalismo più umano . Egli propone un alternativa credibile al capitalismo selvaggio che è stato descritto proponendo come chiave di svolta le “imprese sociali” queste aziende che possono assumere una qualunque veste giuridica.
La rivoluzione nel pensiero di Muhammad Yanus attraverso la dimostrazione di aziende nate con queste caratteristiche e quindi funzionanti (tra cui la banca da lui fondata la Grameen Bank…) mostrano che non c’è bisogno di sovvertire il sistema capitalistico per modificare i suoi aspetti peggiori, ma dall’interno attraverso una “non” rivoluzione culturale, utilizzando gli stessi schemi sociali esistenti e quindi senza spaventare né proporre idee rivoluzionarie, si riescono a raggiungere importanti obiettivi.
La problematica che riscontro nell’approccio di Muhammad Yanus è sostanzialmente questa: Tutte le attività che funzionano, citate nel libro, sono il frutto di accordi fra grandi aziende del profit e la Grameen Bank o sue creature satellitari. Questo per intendere che da un lato ci sono aziende del profit, che sicuramente in buona fede, poiché già hanno delle ottime posizioni di mercato e i loro manager e proprietari hanno già “tutto”, allora sono sensibili, si sentono in colpa, pensano che anche altri esseri umani debbano beneficiare delle loro capacità, pensano di migliorare l’immagine dell’azienda, insomma per tutte queste motivazioni si possono permettere di affrontare una sfida del non profit come quella dell’azienda sociale. Ma la difficoltà è partire dal basso, cioè coinvolgere persone “normali” nel lanciarsi in attività imprenditoriali dove il criterio è di pagare un giusto compenso ai dipendenti, ma di non pagarsi per essere i proprietari destinando i surplus dell’attività imprenditoriale per il raggiungimento di finalità di carattere sociale.
Quindi solo imprenditori già “arrivati” e sensibili possono permettersi l’impresa sociale. Gli altri, la maggioranza, credono fermamente che quello che guadagnano non sia mai abbastanza per destinarne una parte per attività con finalità sociali.
E’ lo stesso problema che sorge in chi fa della beneficenza. Tali persone, infatti, sono spinte facilmente ad effettuare donazioni benefiche una tantum anche di importi elevati rispetto al proprio reddito. Il problema però è rendere sistematica la donazione, trasformandola in sostegno strutturale e continuativo. Non tantissimi sono disposti a donare più del 5% del proprio reddito per beneficenza, almeno fino a livelli medi di reddito, poiché ritengono che così facendo sottraggono le risorse necessarie alla famiglia o ai figli, perché si paga il mutuo per la prima casa, ma anche perché dopo aver acquistato la prima casa si paga il mutuo per la seconda casa al mare, poi per acquistare la casa ai figli (se tutto va bene….).
Per questo, superare la soglia psicologica di un 5% medio dei propri redditi per destinarli in beneficenza diventa spesso impossibile nella società in cui viviamo oggi.
Investire e lavorare nell’impresa sociale quindi è possibile solo se si possiede già un’altra attività (lo stesso Muhammad Yanus era professore universitario) e quindi si è liberati dal bisogno proprio e dei propri familiari, allora si può prendere in considerazione di dedicarsi ad un attività socialmente utile che può essere quella della semplice donazione ad enti non profit o pensare, con enorme difficoltà, partendo in piccolo, di costituire un’ impresa sociale e renderla auto sostenibile, sottraendo  le poche risorse e il poco tempo che si ha a disposizione per se e la propria famiglia dedicandosi ad un’impresa sociale.
La mia non vuole essere una critica distruttiva e mi piacerebbe molto essere smentito dagli sviluppi futuri di queste attività sociali sotto forma di impresa, ma, a breve termine, sono pessimista sulla natura dell’uomo che è quella che.

LE COOPERATIVE


La cooperazione per il raggiungimento di un fine comune può rappresentare l’elemento cardine del nuovo sistema creando la coesione necessaria, ma sconta le problematiche dovute all’altro aspetto della natura dell’uomo spesso preponderante cioè la tendenza a mettersi in mostra per ottenere maggior riconoscimento rispetto agli altri componenti di un gruppo e quindi al meccanismo della differenziazione. Per colpa di questo aspetto nell’ambito del gruppo spesso si creano meccanismi conflittuali: alcuni membri pensano di essere superiori agli altri membri assurgendo al ruolo di leader e spesso competendo con gli altri con lo stesso atteggiamento, altri componenti sono remissivi, ma pensano di essere indispensabili e inevitabilmente si scontreranno con il leader che li critica, altri membri ancora, i fannulloni, faranno il meno possibile e si scontreranno con tutti gli altri che lavorano di più quando verranno chiamati in causa poiché sosterranno che lavorano come gli altri o quello che fanno è più che ripagato. Insomma le classiche dinamiche di un gruppo che anche se ha un unico obiettivo spesso si sgretola di fronte alla litigiosità dei componenti. E’ proprio il payout dell’attività che crea il problema, il riconoscimento materiale crea le diatribe.
a) I consumatori come soggetto centrale della società.
Secondo il disegno economico di lunga durata della Scuola di Nîmes[2], i consumatori devono anzitutto riunirsi in cooperative di consumo, appropriandosi così dei profitti che vanno al settore terziario, cioè al commercio. Quando le cooperative di consumo sono divenute numerose, passano a produrre direttamente ciò che prima acquistavano, trasformandosi così in cooperative di produzione. Con questo secondo passo fanno proprio anche il lucro del produttore, così come col primo si erano appropriate di quello del commerciante. Per i soci consumatori il vantaggio consiste nel fatto che la cooperativa trattiene dai profitti solo quanto è necessario per lo svolgimento delle proprie attività, mentre ripartisce fra i soci il profitto restante. In altri termini, detratte le spese di gestione, il resto del profitto va ai soci consumatori in misura proporzionale ai loro acquisti presso la cooperativa.
Per concluder sembrerebbe che la cooperativa idealmente possa rappresentare il modello d’impresa della nuova economia, ma sconta le problematiche relative all’integrazione in modello capitalista preesistente e dominante. Inoltre non ci sono meccanismi innovativi che permettano la “convivenza” senza conflitti da parte del gruppo cooperativo decisionale. Se invece si considerano le altre alternative altruistiche queste sono delle aspirazioni a cui l’uomo attualmente non riesce ad arrivare in massa, ma sono relegate solo a fasce più o meno grandi della società.
La cooperativa potrebbe rappresentare lo schema da utilizzarsi nell’odierno tessuto economico per modificare lentamente le cose, ma questo modello si scontra con altri modelli di impresa più tradizionali che crescono molto più velocemente proprio perché non considerano gli aspetti sociali e le esternalità che rappresentano invece dei costi considerevoli che non tenuti in conto portano vantaggi di prezzo e di costo che ancora oggi rappresentano una fortissima leva concorrenziale e vincente.




[1] Muhammad Yanus premio nobel per la pace nel 2006 e fondatore nel 1977 della Grameen Bank, un istituto di credito indipendente che pratica microcredito senza garanzie, diffuso in cinquantasette paesi.
[2] La Scuola di Nîmes fu una scuola economica che vedeva nei consumatori, e non nei produttori, il gruppo sociale in grado di trasformare la società21. Infatti i produttori si ispirano all'interesse di classe, mentre i consumatori si ispirano a quello generale. In questo contesto va segnalato l'economista Charles Gide (1847-1932), legato al mondo protestante francese per la nascita, per la partecipazione attiva "all'Association protestante pour l'étude des questions sociales" e per il fervore del suo apostolato sociale. Laureato in diritto a Parigi, insegnò economia a Bordeaux nel 1879 e a Montpellier dal 1881, cioè fin dal momento in cui questa cattedra viene introdotta nelle facoltà francesi di giurisprudenza. Fu un sostenitore il cooperativismo come strumento per sostituire il lavoro salariato.

venerdì 13 dicembre 2013

Conclusioni

Il capitalismo globale è destinato, ma è solo una mia ferma convinzione, ad essere soppiantato nel lungo termine proprio perché non prevede l’aumento della felicità del genere umano tutto ma privilegia solo pochi individui, portando ad uno sviluppo “sbilanciato”.
Gli effetti distorsivi gravi di questa crescita economica “disarmonica” sono sotto gli occhi di tutti dai problemi climatici all'inquinamento, dallo sfruttamento incontrollato delle preziose risorse naturali a quello degli esseri umani deboli del Sud del mondo alle malattie per il sovrappeso nelle società opulente occidentali.
Nel lungo periodo il sistema funziona solo poiché si tollerano enormi diseguaglianza fra le persone e non si considerano esternalità negative ed effetti antisociali.
Il sistema chiaramente del tutto distorto continua a non collassare solo perché in base ad una delle spietate leggi del capitalismo selvaggio[1], sfrutta la “debolezza” competitiva di altri paesi per ottenere da loro le merci a prezzi più bassi e le loro risorse energetiche ecc.. Per cui un sistema paese in sicuro stato di “anarchia” economica continua a sopravvivere sullo sfruttamento delle classi più deboli.
Lasciare tutto alle scelte dettate dal mercato e dai suoi automatismi non fa altro che creare queste diseconomie compensate con ogni efferato mezzo antisociale di risparmio e rendimento.
Il sistema del futuro, quindi, non fa altro che tentare di mettere al centro i due elementi fondamentali tralasciati dal Capitalismo: da un lato lo sviluppo armonico collettivo attraverso il lavoro utile e finalizzato al bene comune e dall’altro la soddisfazione della sfera psichica/affettiva dei singoli e dei gruppi, il contatto con le altre persone, le relazioni affettive e sentimentali.




[1] Il termine capitalismo selvaggio viene da un articolo di Mario Alcario “IL CAPITALISMO PREDATORIO E LA COSTRUZIONE DI UNA ALTERNATIVA “ Ma perché il capitalismo oggi deve essere domato? Deve essere domato perché esso è ridiventato selvaggio come ai tempi del suo esordio. Ed è selvaggio perché è ormai del tutto irrispettoso degli interessi generali della società, ossia è totalmente indifferente al benessere delle comunità. Nella breve ma molto incisiva presentazione di Taming Global Capitalism si dice che nel XX secolo si è realizzata negli Stati Uniti una prosperità economica per i lavoratori che non c’era mai stata in tutte le fasi storiche precedenti.
Ma negli ultimi decenni del Novecento e nei primi anni del nuovo millennio si verificano dei cambiamenti che pongono «la libertà del capitale sopra gli interessi della società» e che producono in tutto l’Occidente una stagnazione dei salari, una crescente insicurezza e precarietà del lavoro e una distribuzione della ricchezza tanto ineguale e sperequata da ricordare i primissimi anni del Novecento.
È per questo che occorre preparare un piano per domare il capitalismo globale. Ed è per questo che bisogna impegnarsi in quella che può essere definita la principale sfida del nostro tempo. L’obiettivo è quello di trasformare sia il capitalismo che la globalizzazione per costruire un nuovo contratto sociale modellato sui bisogni dei lavoratori di ogni contrada del mondo.
L’odierno capitalismo predatorio si manifesta, in primo luogo, nel modo in cui, nel presente, viene a configurarsi la guerra. Essa non è un estremo rimedio a conflitti incomponibili, ma uno sbocco naturale delle mire predatorie dello Stato leader del capitalismo globale.
In secondo luogo, esso è visibile nelle frodi finanziarie e nella corruzione politica. Sia le une che l’altra mostrano come l’atteggiamento predatorio sia ridiventato il fenomeno che contrassegna il mondo degli «affari» economici e politici. Infine, c’è il «preditory attack» al lavoro e alle sue organizzazioni, che è in una fase più avanzata in America, ma che è molto trasparente anche in Europa.
L’odierno capitalismo predatorio si manifesta, in primo luogo, nel modo in cui, nel presente, viene a configurarsi la guerra. Essa non è un estremo rimedio a conflitti incomponibili, ma uno sbocco naturale delle mire predatorie dello Stato leader del capitalismo globale.
In secondo luogo, esso è visibile nelle frodi finanziarie e nella corruzione politica. Sia le une che l’altra mostrano come l’atteggiamento predatorio sia ridiventato il fenomeno che contrassegna il mondo degli «affari» economici e politici. Infine, c’è il «preditory attack» al lavoro e alle sue organizzazioni, che è in una fase più avanzata in America, ma che è molto trasparente anche in Europa.

Abbattere il dogma "La microeconomia"

E’ facile criticare un sistema economico[1] come il capitalismo odierno.
E’ chiaro a tutti la stortura del meccanismo.
D’altro canto, banalmente, ma in maniera inconfutabile siamo stati spettatori del fallimento del sistema socialista in Russia.
Volendo prospettare un’alternativa bisogna, però, senza produrre un trattato di pura economia alternativa, analizzare il nocciolo “duro” su cui si basa il sistema capitalistico quindi i principi base della teoria microeconomica.
Infatti, da tutti i libri di economia scolastici[2] si apprende che la microeconomia utilitaristica è il pilastro su cui si basano le varie teorie macroeconomiche.
E se di “macroeconomie” ne esistono tante, o meglio tanti filoni di  teorie macroeconomiche, non esistono diverse teorie microeconomiche ma una sola di estrazione neoliberista.
Il concetto di fondo della microeconomia è questo: viviamo in un mondo in cui le risorse economiche sono scarse.
L’individuo è considerato un consumatore razionale la cui finalità è quella della massimizzazione della propria soddisfazione che deriva dal consumo di beni o servizi con l’unico limite rappresentato dal reddito attuale disponibile e prospettico.
L’homo oeconomicus, l’agente razionale immaginato dagli economisti, dunque, segue in maniera meccanicistica il criterio del costo-beneficio, tutto viene limitato al criterio serve o non serve, quanto mi costa e cosa ne ricavo, sia che si tratti di cibo che di matrimonio, automobili, figli, crimini o contemplazione di un paesaggio. Inteso in questa maniera semplicistica e meccanicistica il consumatore viene identificato con il termine “rational fools”, imbecilli razionali, idioti ragionatori, sospirava il premio nobel per l’economia nel 1998 Amartya Sen.
In realtà gli uomini non sono razionali. Si comportano invece in maniera irragionevole non appena avvertono qualche incertezza. Le loro possibilità di calcolo sono limitate, per questo la base della teoria economica è fallace. Negli anni cinquanta Maurice Allais (premio nobel 1988) aveva messo in ridicolo l’homo oeconomicus nel famoso “paradosso di d’Allais”, con cui si dimostrava che non appena prevale l’incertezza le scelte non si fanno più in funzione dell’utilità attesa.
Il problema è, dunque, che semplificando di molto il modello del comportamento del consumatore ci si spinge verso la quantificazione di questo comportamento (le preferenze che sono un aspetto psichico qualitativo). Giungendo alla costruzione di un modello matematico meccanicistico si conclude che “sommando” le singole scelte razionali di consumo, si giunge alla costruzione della curva di domanda per quei beni dell’intero mercato.
Questa ricerca di un modello matematico e statistico[3] del comportamento è una “aspirazione” a cui tendono molti economisti.
Dal punto di vista del mercato nel suo insieme di domanda e offerta esso vede contrapposte la figura dell’imprenditore/venditore che ha la finalità di massimizzare il profitto con il vincolo del costo delle materie prime, del lavoro e della tecnologia e il consumatore che tende a massimizzare i costi/benefici con il vincolo del reddito posseduto.
Per giungere alla finalità di massimizzazione del profitto l’imprenditore può:
·       può ridurre la qualità dei prodotti senza renderlo evidente (bassa qualità delle materie prime, acquisti al nero, acquisti materiali dai paesi emergenti che sfruttano la manodopera) e spuntare il prezzo più alto possibile.
·       Riduce il costo della manodopera interna se può
·       Aumenta il prezzo sfruttando le cosiddette rendite di posizione, la mancanza di informazione sul mercato, la vicinanza alla cerchia dei suoi consumatori.
Dall’altro lato della barricata ci sono i consumatori che tentano di massimizzare la propria soddisfazione ma spesso si vedono propinare cose inutili[4], propagandate come miracolose attraverso forme pubblicitarie che mortificano l’intelligenza della maggior parte dei consumatori.
I ruoli antagonistici di compratori e venditori trasformano in comportamento irrazionale il considerare le necessità altrui[5]. Se un compratore dovesse considerare il benessere del venditore, automaticamente si imporrebbe un costo maggiore, e viceversa. Inoltre, la competizione per le quote di mercato fa sì che le aziende esternalizzino i loro costi a spese della popolazione. Bisognerebbe quindi mettere un freno da un lato al consumo sfrenato, inutile e sovrabbondante in quantità e confezionamento e dall’altro frenare la ricerca spasmodica del massimo profitto.
In realtà la concorrenza non migliora “la concorrenza”, ma tende verso il monopolio, la rendita, la cattura indebita del valore, il dolo, il furto. Un industriale ha solo un desiderio: essere in una situazione di rendita o monopolio e godere di privilegi sul piano dell’informazione[6].
Le aziende possono raggiungere lo stesso effetto creando cortine di nebbia, generando opacità e scarsità.
E’ lo stesso semplice principio su cui si basa la malavita solo che questa usa come sistema per sbaragliare la concorrenza la forza e la violenza.
Roberto Saviano, un notissimo scrittore, sul tema ha detto: "I boss non rappresentano l'antistato.  Non si sentono così. Si sentono imprenditori, che rifiutano regole che, a loro giudizio, frenano l'economia. Sempre dove c'è economia criminale c'è qualcuno che parla contro le regole. Invece la regola è una forma di libertà, non di costrizione."
In realtà il modello delle scelte razionali è totalmente da rivedere poiché a livello microeconomico, moltissime scelte vengono effettuate sulla base di criteri non razionalmente economici (voto, beneficenza, …) e quindi se esistono moltissimi modelli di comportamento per il singolo, la somma di questi singoli comportamenti mutevoli nel tempo e nello stesso individuo, non possono portare a un modello di comportamento generale aprioristicamente individuabile. Allora il mercato lasciato libero da ogni vincolo porterebbe ad un equilibrio non calcolabile aprioristicamente e soprattutto differenze sociali fra le persone potrebbero essere tali da sacrificare i principi di base democratici dei paesi occidentali.
Senza regole esterne gli operatori nei vari mercati adotteranno strategie competitive variegate e in alcuni casi originali e imprevedibili influenzando l’evoluzione di quei mercati stessi. Prevedere a livello aggregato l’andamento dei mercati sommando i comportamenti singoli, rappresenta dunque un errore poiché anche se la finalità in media può essere la stessa (massimizzazione del profitto) i tempi, le modalità e l’evoluzione di quel mercato nel breve periodo sono da ritenersi ardui.
In realtà non esistono regole stabilite dall’esterno nei mercati a parte i vincoli di legge sui comportamenti, i quali vengono violati da quanti pensano di essere difficilmente punibili (condoni ecc..). Per tanto lasciato a se stesso il mercato evolve spessissimo verso modelli imprevedibili e spesso asociali. La produzione di bevande e alimenti (junk food) dannosi alla salute e sprecano enormi risorse umane inutilmente nella loro produzione. 




[1] L'uomo è l'unico essere vivente in grado di adattare l'ambiente alle proprie esigenze, anziché adattarsi completamente alle condizioni ambientali. Ogni società umana deve risolvere questo problema, ossia deve comprendere al proprio interno un sistema economico. Lo studio dei diversi sistemi economici del passato e del presente dimostra che esiste sempre un intreccio profondo e complesso tra questi gruppi di caratteristiche. Si può dire che deve crearsi una coerenza di fondo tra ciò che gli individui di una società desiderano, ciò che essi hanno a disposizione, ciò che essi sanno fare e ciò che il sistema economico consente loro di ottenere. Di conseguenza, il sistema economico non può essere considerato come una parte a sé stante separata o separabile dal resto della società, né i sistemi economici sono facilmente imitabili o trasferibili da un contesto sociale ad un altro.
[2] Molto spesso avviene, come è capitato a me e a tantissimi studenti della facoltà di Economia Federico II di Napoli, che i capitoli dei libri di economia in cui si parla delle nuove tendenze, delle critiche ai modelli esistenti, vengono tralasciate dai programmi di esame universitari. Questo per la preoccupazione, credo dei Professori di discutere di temi spinosi che potrebbero far crollare le loro “granitiche” conoscenze portando ad un dibattito paritario che diminuirebbe la loro “statutaria” autorità accademica.
[3] Il nobel 1987, Robert Solow, ha fatto notare che “dal punto di vista statistico la prigione costituisce un buon rimedio per la disoccupazione”
[4] Tassa sull’emissione in atmosfera di CO2, tassa sui beni dannosi (bevande gassate e zuccherate, sigarette…).

[5] La critica ai mercati di Albert ed Hahnel
[6] D’altro canto lo stesso meccanismo può anche essere visto sotto una luce positiva. L’imprenditore per massimizzare il proprio profitto destina una parte dei profitti alla ricerca sperando “scoprire” nuovi prodotti o processi produttivi che permettano di godere per un po’ di tempo di rendite di posizione e di un vantaggio competitivo dovuto alla novità tecnologica prodotta. L’effetto è la possibilità di avere temporaneamente pochissimi competitor e quindi di atteggiarsi a monopolisti.
Questa attività di ricerca “asservita” alla produzione crea innovazione e indirettamente permette alle aziende di accumulare ricchezza necessaria per future ulteriori attività di ricerca applicata. Quindi la prospettiva di un livello superiore di tecnologia per tutti comporta che anche gli altri competitor, dati gli alti margini iniziali, siano spinti sulla scia dell’innovazione.
La ricerca quando è applicata alla soddisfazioni dei bisogni sostanziali e non effimeri dell’uomo si può considerare uno dei pochi effetti positivi del capitalismo globale. Il vantaggio competitivo iniziale dovuto dalla ricerca come meccanismo si distacca totalmente dai principi liberisti della concorrenza perfetta come un traguardo a cui giungere per massimizzare l’efficienza del sistema economico e dei mercati in equilibrio.

La democrazia dell'egismo

Se si pensa alle risorse naturali della terra e alla capacità del genere umano, gli standard attuali potrebbero essere raggiunti comunque, perché il sistema economico non fa altro che stabilire delle regole di comportamento, ma nulla viene creato dal sistema se non attraverso il lavoro materiale e intellettuale.
Il meccanismo, la molla che spinge oggi la maggioranza delle persone è il denaro. La quantità di danaro che si ottiene è il massimo grado di riconoscimento da parte della comunità per l’attività svolta, è il compenso per le proprie capacità sia in senso positivo che in senso negativo.
Senza il denaro che permette di vivere “sempre meglio”, la motivazione e la costrizione per i più salterebbe.
Il danaro in se stesso non da soddisfazione (a parte casi patologici), ma è lo strumento per soddisfare bisogni di tipo materiale e non[1]. Rappresenta non solo un mezzo di scambio, ma anche uno strumento di condizionamenti culturali e sociali. Possedere molto danaro[2] porta soddisfazione psico-sessuale in chi lo possiede.
Psicologicamente, rendere difficile l’ottenere il danaro che serve come contropartita per lo scambio, comporta l’instaurarsi di un meccanismo di tensione prospettica che assorbe i pensieri e i progetti del soggetto. Se il soggetto tende a desiderare cose difficilmente raggiungibili in base al suo standard entra in un meccanismo di soggezione psicologica e di invidia “patologica” nei confronti di quelli che invece possono.
Ma in realtà gli oggetti del desiderio raggiungibili in un lontano e incerto futuro diventano spesso le finalità ultime sulla base delle quali moltissimi costruiscono tutta la propria vita. Ciò comporta da un lato l’insoddisfazione perenne del soggetto per il proprio presente e dall’altro ancor peggio lo spostamento delle mire dalla soddisfazione dei veri bisogni verso gli irraggiungibili oggetti del desiderio.
Nella società odierna dell’apparenza e del danaro il capitalismo globale ha accentuato la spinta della molla danaro convincendo le masse che il denaro rappresenta l’unico ponte che permette il raggiungimento della felicità creando una tensione verso la crescita continua e verso l’acquisto di beni non raggiungibili dalla massa, ma da pochi “fortunati”, spesso “psicopatici”.
Ciò comporta che moltissime persone lavorino la maggior parte della giornata dimenticando i piaceri veri della vita. Il benessere eventuale prospettico fa dimenticare una cosa banale ma inconfutabile che ognuno di noi oggi è destinato a morire in un tempo relativamente breve.
L’unico momento in cui si diventa consapevoli (e non sempre) è proprio quando ci si trova di fronte alla notizia di avere gravi problemi di salute. Solo in quel momento ci si accorge della futilità della vita vana vissuta, con grandi con grandi rimorsi per tutte le sensazioni piacevoli mai provate.
Il capitalismo sposta tutti gli sforzi verso l’accumulo dei beni materiali, accumulo raggiunto attraverso la competizione, la sopraffazione dei “concorrenti” e dei lavoratori anche a danno degli stessi consumatori. I lavoratori tagliati fuori dal “gioco” imprenditoriale sono di solito pedine che si barcamenano fra la conduzione di una vita dignitosa e l’invidia verso persone ricche spesso senza merito. Provano, inoltre, un senso di stupore e rabbia per coloro che si sbranano, imbrogliano, falsano o addirittura uccidono per diventare ricchi.




[1] La ricchezza però è solo un mezzo per vivere meglio. In tutte le culture si sa che il denaro, da solo, non può dare felicità: se c'è un icona della non-felicità questa è probabilmente l'avaro. Ma perché l'avaro non è felice? Perché, anche senza accorgersene, trasforma il mezzo (denaro) in fine, e fa dell'accumulazione del denaro lo scopo principale della sua vita; una vita che poi non fiorisce, e si chiude su se stessa. Ma perché, come dicevano, posso essere ricco anche da solo, ma per essere felici occorre essere almeno in due, perché si è felici grazie e con gli altri.
[2] “Rende nero il bianco, bello il brutto, giovane il vecchio”. Shakespeare, Timone d’Atene, Garzanti, 1996

Il Capitalismo "selvaggio"

Il sistema capitalistico che si vorrebbe esportare ovunque è fondato su alcuni dei peggiori aspetti dell’animo umano quali: egoismo, invidia e spirito di superiorità. Essi sono la molla che spingono le persone ambiziose e determinate a posizionarsi nelle sfere più alte del sistema politico ed economico e manovrare come dei burattinai  milioni di persone ignare.
Sembra che gli occidentali abbiano la possibilità di scegliere quanti figli generare. Allora perché senza imposizioni siamo abbondantemente al di sotto della media mondiale? Senza prevederlo normativamente abbiamo lo stesso risultato che in Cina. E’ il sistema attuale con il modo di vivere frenetico e il lavoro tutta la giornata per le donne. Queste dovrebbero lavorare pochissimo i primi anni di vita dei bambini e poi gradatamente di più fino alla maggiore età. La mancanza di servizi di qualità l’aggravio economico enorme per ogni figlio in più e le crescenti aspettative fanno si che nelle moderne democrazie occidentali si mettono al mondo in media due figli per coppia.
Il problema principale sta nell'individualismo sfrenato attualmente imperante legato alla forma che ha preso via via lo sviluppo della società. Nel mondo rurale si mettevano al mondo tanti figli che vivevano nell’ambito del paese in cui si nasceva e lì spesso si moriva. Tutti si conoscevano e tutti erano quasi parenti. Nel sistema attuale urbano la maggior parte delle persone vive in città dove spesso non ci si conosce neanche con il vicino di casa e tutto si consuma nel ristretto cerchio familiare.
Per superare questa visione economica applicata nella maggioranza dei paesi occidentali bisogna fare uno sforzo enorme poiché il sistema capitalistico ha avuto la forza di superare e di sconfiggere, nella teoria e nell'applicazione concreta alla realtà, tutte le visioni economiche alternative e ha isolato in confini ristretti i sistemi antagonisti applicati malamente proponendosi spesso come il male minore e l’unico sistema economico che meglio si sposa con la democrazia.
Per questo oggi non esiste un alternativa valida al capitalismo, addirittura non si riesce nemmeno ad immaginare e chi tenta di farlo viene visto come un utopista, visionario fuori dalla realtà, facilmente preda dell’ilarità o all'inverso un anacronistico “comunista” o un pericoloso rivoluzionario.
Il sistema economico capitalistico attuale influenza profondamente, a sua volta, il sistema sociale portando lo sviluppo umano verso un futuro cupo dove il dio denaro è la meta ultima della lotta selvaggia degli “attori economici” competitivi, dove si sostituisce all'uomo primitivo delle caverne con la clava a cui tutto era permesso, l’uomo che utilizza la sua ricchezza per compiere gli stessi identici crimini.



Interrogativi

      ·       Chi non preferirebbe mangiare alimenti sani con sapori genuini e non alimenti qualitativamente scadenti, inquinati da sostanze tossiche?
    ·       Chi non è stanco di essere bombardato dalle bugie quotidiane della pubblicità che tenta di manipolarci a suo piacimento proponendoci spesso prodotti inutili e di dubbia qualità?
    ·       Chi vorrebbe la criminalità, l’inquinamento, lo sfruttamento lavorativo, la malasanità?….
     Questi interrogativi esemplificativi si potrebbero moltiplicare a dismisura, tutti banali e di senso comune, ma tutti senza risposta e soluzione, sia nel breve sia spesso nel lungo periodo.
    L’obiettivo generale d’ogni collettività nel lungo termine dovrebbe essere ”l’armonica evoluzione, ma possiamo aspettare che i tempi maturino da soli dando noi occidentali il cattivo esempio ai paesi “emergenti” sperando che loro non si comportino come noi?
      Perché si dovrebbe risparmiare la foresta amazzonica oggi, quando le popolazioni del posto muoiono di fame e “l’elite” di questi paesi cerca di raggiungere gli standard occidentali?
Il sistema economico-sociale tollera queste ingiustizie e anzi le incoraggia. Siamo in uno stadio evolutivo primitivo (io lo chiamo il medioevo dei tempi). Il sistema economico applicato nei paesi occidentali, efficace nei primi periodi d’applicazione e inizialmente foriero di grandi miglioramenti nella vita dell’uomo, è largamente insufficiente oggi a rispondere in maniera equitaria ai bisogni dell’umanità considerata nel complesso.

sabato 7 dicembre 2013

Genesi

Questo Blog nasce con una sola intenzione: discutere di tutti i temi (politica, economia, società, religione....) che influenzano il nostro presente e il nostro futuro.
E' possibile un futuro diverso? "migliore per i più"?
E' possibile una nuova economia?
E' possibile far emergere i lati positivi dell'animo umano per emergere da questo "Medioevo dei Tempi" che è il nostro presente?
Bene questi sono i grandi temi. Poi c'è lo spazio per i temi e le problematiche di tutti i giorni e le discussioni se sia meglio partire dal piccolo e dai piccoli passi o dal "utopia" dei grandi temi....
E' già da un po' di tempo che volevo condividere le mie idee per verificarne la forza rispetto a diverse impostazioni politiche.
Può darsi che i pensieri che via via proporrò possano essere utopici, ma dopo anni di ripensamenti ho deciso di rischiare e di metterli in "piazza" perchè questa della condivisione sia la "palestra" che porti ad un cambiamento solo in in prima fase personale ed individuale.
Grazie per l'attenzione
Alfredo